Lingua

Storia
L’italo-albanese designa una forma di albanese (l’Albanese, lingua di origine indo-europea, si divide in due grandi dialetti: il dialetto ghego che si estende a tutta l’Albania Settentrionale inclusa la Kosova e il dialetto tosco che si estende a tutta l’Albania Meridionale incluse le Comunità albanesi d’Italia e Grecia. Il fiume Shkumbini rappresenta approssimativamente il limite geografico che divide le due aree dialettali) portata dalla madrepatria influenzata, in maniera considerevole, dall’italiano e dai suoi dialetti nel corso di una simbiosi ininterrotta di parecchi secoli. In particolare, si tratta di una forma dell’ albanese meridionale, dialetto Tosco, anche se la situazione è molto più complessa, infatti, gli Albanesi d’ Italia, come si evince dai dati linguistici, storici ed etnografici, provenivano da varie parti dell’Albania e della Grecia che giunti in Italia formarono delle unità compatte, originarie di un luogo o di una regione, dunque, omogenei da un punto di vista etno-dialettale. In seguito, il pericolo comune unì elementi eterogenei, cioè, gente proveniente oltre che dall’ Albania e dalla Grecia anche dalle altre colonie d’Italia. L’Albanese d’Italia rappresenta, pertanto, una fase del Tosco risalente alla fine del Medioevo, avente tratti comuni, fonetici – morfologici- sintattici e lessicali, sia con l’albanese di Grecia, sia con la lingua degli antichi autori dell’Albania del Nord (XV e XVII sec.), specie con la lingua del Messale di Gjon Buzuku del 1555. Alla fine del Medioevo, al periodo pre-letterario della lingua albanese, porta anche la scarsa presenza di prestiti dal turco. Bisogna inoltre tener presente il fatto che questi dialetti erano circondati dall’ambiente romanzo e questo, fu decisivo in rapporto alla lingua albanese, perchè la simbiosi, o piuttosto, il grado di mescolanza linguistica che ebbe inizio già con i primi insediamenti, fu differente nei vari dialetti italo-albanesi. L’influsso dell’italiano si è, infatti, adattato alla struttura morfologica dell’albanese, rimanendo, comunque, l’albanese e l’italiano due sistemi linguistici a se stanti. In alcune parlate, però, l’elemento italiano è penetrato nella struttura fonologica e grammaticale contribuendo cosi all’impoverimento dell’elemento albanese.

 

La parlata di vaccarizzo albanese: alcune caratteristiche:

1. Caratteristiche del consonantismo
 

a) Tenendo conto dello schema di classificazione delle parlate Arbëreshe proposto da F. Solano (cfr.: I dialetti Albanesi dell’Italia Meridionale. Appunti per una classificazione, Castrovillari 1979), nella parlata di Vaccarizzo Alb. si ha il passaggio dalla liquida laterale palatale /?/ alla fricativa palatale sonora /j/ quando è preceduta dalle occlusive bilabiali /b/ e /p/ e dalla fricativa labiodentale sorda /f/.

/pl/ ~ /pj/ es.: plak ~ pjak
/bl/ ~ /bj/ es.: blej ~ bjenj
/fl/ ~ /fj/ es.: flas ~ fjas

Questo passaggio non avviene quando la liquida laterale palatale /?/ è preceduta dalla fricativa labiodentale sonora /v/.

vlej ~ es.: /v?ei/
vloj ~ es.: /v?oi/

b) Un’altra caratteristica di questa parlata, per ciò che riguarda il consonantismo, è la presenza della fricativa velare sonora /?/ che rappresenta l’esito della sonorizzazione della fricativa velare sorda /h/, presente nel sistema fonologico dell’albanese e delle altre parlate arbëreshe. Questo fenomeno, sempre, seguendo lo schema di F. Solano, si può rintracciare anche nelle limitrofe parlate arbëreshe di: Marri, San Cosmo Alb., San Giorgio Alb., San Demetrio Corone, Macchia Alb., Santa Sofia d’ Epiro, Falconara Alb..

2. Caratteristiche del vocalismo

a) La parlata di Vaccarizzo Albanese, a differenza delle parlate delle altre comunità arbëreshe, ha sostituito sistematicamente lo schwa /?/ in posizione tonica con il fonema /æ/:
ësht ~ es.: æsht
mëma ~ es.: mæma
zëmer ~ es.: zæmer

Lo schwa /?/ si conserva, però, in determinate condizioni fonologiche, ad esempio in posizione pretonica: përkok, dërtonj, fërnonj.

b) Assistiamo, inoltre, in questa parlata, alla monottongazione sistematica dei gruppi vocalici /ua/ e /ie/.
buar ~ es.: bur
dielli ~ es.: dilli

 

 

L'alfabeto

L’Alfabeto, della parlata arbëreshe di Vaccarizzo Albanese, si basa sulle lettere dell’ alfabeto latino-italiano e consta di 36 lettere. Si tratta di un alfabeto prettamente fonetico, nel quale ad ogni grafema corrisponde un fonema ben preciso, per cui la pronuncia di ogni lettera non cambia mai, è sempre la stessa in ogni contesto. L’attuale alfabeto albanese fu stabilito nel 1908 dal Congresso di Monastir e definitivamente standardizzato dal Congresso sull’ortografia nel 1972 a Tirana.
Per scaricare l'alfabeto fare clik sul link sottostante.
Alfabeto.pdf

 

Proverbi

Ancora oggi sono in uso, a Vaccarizzo Albanese, alcuni proverbi e modi di dire tramandati oralmente da generazioni di Arbëreshë.

Ne elenchiamo alcuni:

Ai çë ndan ka më të miren pjesë
(A chi divide spetta la migliore parte)

Ai diell ç’i ngë ngrohen, mos maj t’dalt
(Quel sole che non riscalda giammai sorga)

Do të zër gjalprin me duart e tjerve
(Vuol acchiappare il serpente con le mani degli altri)

Ka taluri vjen kulluri, ka paneta vjen shëndeta
(Dal piatto caldo viene il colorito, dal riposo deriva la salute)

Kumbanja filaqia
(La cattiva compagnia porta alla galera)

Kur lisi bie, nganjë ngjoken një gaçat
(Quando la quercia cade ogniuno tira un colpo)

Kush shprishen gjëmba, ngë ka të ver xathur
(Chi semina spine, non vada a piedi scalzi)

I ndën doren e të marren gjithë krahun
(Offri la mano e prendono tutto il braccio)

Me një fjalë e mir, çan një gur
(Con la buona parola rompi un sasso)

Më par e masmi e prana e fjasmi
(Prima lo misuriamo e poi ci accordiamo)

Nga njerì helq prusht ka këmbet e tij
(Ogniuno tira la brace verso i propri piedi)

Viskotet ven ku ngë janë dëmb
(I biscotti vanno dove non sono i denti)

 

Testo a cura di Bina Martino e Silvia Tocci

Sportello linguistico comunale (L.482/99 ann. 2003)

 

Bibliografia

Çabej E., Storia Linguistica e struttura dialettale dell’albanese d’Italia, Estratto da: I dialetti italo-albanesi, a cura di F. Altimari e L. M. Savoia, Bulzoni Editore, 1994.

Hamp E. P., Il sistema fonologico della parlata di Vaccarizzo Albanese, Centro editoriale librario dell’Università della Calabria, Rende, 1993.

Solano F., Manuale di Lingua Albanese, Edizioni Zjarri, Cosenza, 1988.

Tocci S., Un studio morfologico e lessicale sulla parlata arbëreshe di Vaccarizzo Albanese, Tesi di Laurea in Lingue e Letterature Straniere e moderne, Università degli Studi della Calabria, Facoltà di Lettere e Filosofia, Anno Acc. 1991 – 1992.
 

Bellusci A., Dizionario fraseologico degli albanesi d'Italia e di Grecia, Centro ricerche socio-culturali "G. K. Skanderbeg", Cosenza, 1989

 

LETTERATURA

 
INTRODUZIONE
L’esodo dei profughi albanesi verso l’Italia Meridionale alla fine del XV secolo e agli inizi del XVI segna l’origine di numerose comunità stabili che nel corso di cinque secoli hanno mantenuto la propria identità etnica, conservando lingua usi e costumi. Una minoranza presso la quale proprio l’uso della lingua, l’arbëreshe, è stato il fattore determinante per la vitalità e la salvaguardia della propria cultura nel tempo, nonostante i problemi di ordine sociale, religioso e giuridico che la nuova convivenza con le popolazioni autoctone comportava. Anzi, proprio, la nuova situazione storico-sociale dell’etnia arbëreshe, l’idealizzazione dell’entità nazionale e la mitizzazione della cultura popolare divennero paradigmi ideali per la nascente letteratura arbëreshe.
CENNI SULLA TRADIZIONE LINGUISTICO-LETTERARIA ARBËRESHE
La letteratura arbëreshe “classica” non data oltre il 1592 è questa la data dell’opera di LUCA MATRANGA (1567-1619) E mbsuame e Krështerë, traduzione della Dottrina Cristiana del gesuita spagnolo Ledesma nella parlata di Piana degli Albanesi. Con questa opera, in cui si trova la prima poesia religiosa in lingua arbëreshe, il Matranga, vista la difficile situazione del rito bizantino, desiderava venire in aiuto agli Arbëreshë di Piana ma anche della Sicilia, della Calabria e delle altre colonie arbëreshe d’Italia, perché imparassero la dottrina della fede nella loro lingua.
Nei secoli successivi, XVII e XVIII, la cultura degli arbëreshë continua ad identificarsi, nelle sue direttive sostanziali e generiche, con quella clericale dei papàs bizantini, che avevano coltivato in proprio la spiritualità orientale, ereditata dalle antiche terre greco-albanesi d’origine, e a trarre ispirazione dalla cultura popolare: la nostalgia per il paese degli avi che giaceva sotto il giogo nemico, il ricordo dell’epopea gloriosa di Skanderbeg conservatasi viva nel folklore degli Albanesi d’Italia, divennero nelle nuove condizioni storiche e sociali, la principale fonte da cui gli uomini di lettere arbëreshë attingevano i principali motivi per le loro produzioni poetiche. Una poesia, dunque, popolare nella forma e religiosa nell’ispirazione che divenne un genere molto diffuso. Questa fisionomia si riscontra anche nell’attività letteraria di GIUSEPPE NICCOLÒ BRANCATO (1675-1741) di Piana degli Albanesi, NICOLA FIGLIA (1693-1769) di Mezzojuso, sacerdoti arbëreshë di rito bizantino che oltre ad eseguire traduzioni di testi liturgici in arbëresh, composero poesie di contenuto religioso e copiatele, le diffondevano nei diversi centri arbëreshë e nelle chiese dove venivano rese note ed entravano in contatto con una cerchia più ampia di lettori o ascoltatori.
A partire dalla metà del secolo XVIII, a distanza di due secoli e mezzo dal loro arrivo in Italia, gli arbëreshë vivono la loro identità etnica e religiosa in modo precario, molti i paesi che perdono il rito e poi la lingua e i costumi, è solo grazie all’azione culturale svolta dal Collegio Corsini di San Benedetto Ullano e dal Seminario Greco-Albanese di Palermo che la letteratura arbëreshe fa un salto di qualità. Questi due collegi, istituzioni religiose e non laiche, svolgono, infatti, un ruolo fondamentale per la formazione dei sacerdoti di rito bizantino e non solo, visto che più tardi saranno ammessi anche convittori non destinati al sacerdozio.
Due le personalità di spicco nel 700, GIULIO VARIBOBA di San Giorgio Albanese e NICOLA CHETTA di Contessa Entellina. Il primo autore de Gjella e Shën Mërisë Virgjër, Roma 1762, l’opera poetica più originale della letteratura albanese antica. Il secondo, studioso attento della lingua, della cultura e delle storia degli Albanesi, con la sua opera pone le basi per una ricerca storiografica impegnata ed attenta su cui si muovera poi mosso lo stesso De Rada.
Tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo il movimento illuminista degli ambienti napoletani apporta nuova linfa all’intellighentia arbëreshe, basti ricordare l’azione rinnovatrice di personaggi quali FRANCESCO BUGLIARI e DOMENICO BELLUSCI, vescovi del Collegio di Sant’Adriano, già Collegio Corsini, che nel Risorgimento diventa un centro di liberalismo contraddicendo le finalità e lo spirito dell’istituzione. I giovani arbëreshë, infatti, emancipandosi dalla cultura teologico-morale dei precettori ecclesiastici, si informano a principi liberali, laici e moderni. Napoli attira, infatti, le forze migliori e le menti più aperte dell’Arberia calabrese come PASQUALE BAFFI e ANGELO MASCI.


Un rinnovamento culturale e istituzionale che vedrà, anche, l’attiva partecipazione degli arbëreshë al movimento risorgimentale italiano: PASQUALE SCURA, DOMENICO MAURO, AGESILAO MILANO, ATTANASIO DRAMIS, FRANCESCO CRISPI, sono solo alcuni dei personaggi che diedero il proprio contributo alle lotte risorgimentali per la liberazione del Regno di Napoli.


Nel XIX secolo la letteratura arbëreshe scritta esce dall’ambito locale con le opere di GIROLAMO DE RADA. La rinascita culturale e civile degli Albanesi, l’indipendenza della Madrepatria, lo studio della lingua albanese e della cultura popolare costituiscono gli argomenti della sua ricca attività letteraria che è alla base del movimento culturale di rinascita albanese.
Accanto al De Rada una nutrito gruppo di intellettuali, in Calabria: FRANCESCO ANTONIO SANTORI, ANGELO BASILE, GIUSEPPE SEREMBE, VINCENZO DORSA, BERNARDO BILOTTA, VINCENZO STRATIGÒ, GIUSEPPE ANGELO NOCITI, ANTONIO ARGONDIZZA, AGOSTINO RIBECCO etc. in Sicilia: GABRIELE DARA IL GIOVANE, GIUSERPPE SCHIRÒ, GIUSEPPE CAMARDA, DEMETRIO CAMARDA GAETANO PETROTTA etc. Autori con i quali la letteratura arbëreshe consegue un elevato livello poetico e, in quanto arte, esercita un ruolo di primo piano per la conservazione del mondo e la formazione dello spirito arbëreshë, inoltre, trattando i momenti salienti del passato, i poeti arbëreshë, mirano al risveglio della coscienza dei loro simili per il quotidiano ma anche per il futuro. Ciò è evidente nelle opera del De Rada e di Schirò, ma anche di poeti contemporanei come VOREA UJKO, LUKA PERRONE e qualche altro.
Nel 1912, proclamata l’indipendenza dell’Albania dal plurisecolare dominio turco, viene meno l’ideale patriottico che aveva ispirato l’intera letteratura arbëreshe e la tensione culturale che, fino ad allora, aveva accomunato gli intellettuali arbëreshe. Con l’avvento del fascismo, inoltre, l’impegno culturale degli albanesi d’Italia subisce una battuta d’arresto, si ha, comunque, l’istituzione di due nuove cattedre universitarie, una a Palermo nel 1932 e una a Roma nel 1939 che vanno ad aggiungersi a quella di Napoli fondata nel 1900. Tra gli autori di questo periodo ricordiamo: SIMEONE ORAZIO CAPPARELLI, AGOSTINO GIORDANO SENIOR, ARISTIDE MANES, E SALVATORE BRAILE.
Dopo la seconda guerra mondiale la letteratura arbëreshe e la minoranza albanese stessa rivive una seconda rinascita culturale.
Tra gli anni 60/70 nascono nuove riviste culturali, si aprono Circoli e Associazioni, si organizzano Convegni, Congressi e Conferenze sulle problematiche culturali. Nel 1972 all’Università di Cosenza si istituisce la cattedra di Lingua e Letteratura Albanese ma è solo nel 1999 che finalmente il Parlamento istituisce la Legge di Tutela delle Minoranze Linguistiche d’Italia. Ricco è, anche, il panorama degli autori contemporanei, poeti, scrittori, saggisti, linguisti e storici che testimoniano la vitalità della letteratura arbëreshe contemporanea.
LA LETTERATURA ORALE
La tradizione linguistico-letteraria di cui fino ad ora si è parlato riguarda, comunque, la ristretta cerchia di intellettuali, per lo più ecclesiastici, che, nonostante, la carenza di istituzioni e in assenza di una grammatica albanese scritta e di un comune alfabeto, iniziano la loro esperienza letteraria. All’interno dell’arte letteraria arbëreshe, la letteratura orale, con i suoi diversi generi, ha avuto un’importanza di primo piano. Attraverso la comunicazione orale, quindi attraverso le opere “scritte nella mente”, essa ha reso possibile la conservazione della grande ricchezza spirituale ereditata dalla patria albanese, grazie alla quale gli arbëreshë riuscirono ad opporsi all’influenza e all’assimilazione italiana e ad evitare l’estinzione come “ethnos”. Per gli arbëreshë un ruolo particolare ha svolto soprattutto la poesia orale, la quale con le sue molteplici forme di esposizione e con il suo sincretismo (testo, canto, danza) non solo ha trasposto ed espresso alcuni dei caratteri e delle qualità principali della cultura arbëreshe (l’onore ela fierezza, l’eroismo e il sacrificio, la sfortuna e la sofferenza e poi avvenimenti e vicende antiche che nella loro coscienza avevano assunto dimensioni leggendarie e mitiche, come è successo con la Grande Epoca e con il suo eroe principale Giorgio castrista Skanderbeg), ma con l’ampiezza della comunicazione è divenuta parte integrante della sua vita nel tempo. Nella poesia orale, inoltre, gli arbëreshë si sono espressi in una struttura poetica elevata, ricca di significato che, come tale, ha esercitato una sensibile influenza poetica consentendo il continuo arricchimento spirituale degli arbëreshë.
L’EDITORIA

Anche la stampa ha svolto un ruolo importante per gli arbëreshë. Il primo giornale Shqiptari i Italisë fu realizzato e diretto già nel 1848 da G. De Rada a questo seguì Fjamiri i Arbërit (1883-1887). Nel 1855 A. Argondizza fondò Ylli i Arbëreshvet cui seguirono Arbri i Ri di G. Schirò nel 1888 e La Nazione Albanese di A. Lorecchio (1897-1905). Dopo un inizio estremamente attivo, segue un lungo periodo di inattività, interrotta solo nel 1957 dalla pubblicazione della rivista Sheizat - Le Pleiadi (1957-1975) di Ernest Koliqi la prima bilingue. Nel 1975, poco prima della morte di E. Koliqi, Shejzat termina le sue pubblicazioni. Nel 1963 nasce Zgjimi attiva fino al 1979. Nel 1969 papas G. Faraco fonda a San Demetrio Corone la rivista Zjarri che con i suoi quaderni diviene una rivista scientifica. Nel 1972 nasce a Castrovillari Zeri i Arbëreshvet, nel 1975 a Palermo Mondo Albanese, nel 1970 a Civita Katundi Ynë tuttora pubblicata, nel 1980 a Cosenza Lidhja di papas A. Bellucci. Per completare il panorama vanno ricordate, inoltre, Oriente Cristiano con sede a Palermo, Bollettino di Grottaferrata con i suoi oltre quaranta anni di vita, Besa nata a Roma nel 1965 ed ancora Basilicata Arbëreshe, Jeta Arbëreshe, Uri, organo del Bashkim Kulturor Arbëresh di Spezzano Albanese e Kamastra rivista della minoranza linguistica arbëreshë e croata del Molise.

 

Testo a cura di Bina Martino

Sportello linguistico comunale (L:482/99 ann. 2005) 

BIBLIOGRAFIA
Gli Arbreshë e la storia. Civiltà, Lingua e Costumi, Costantino Marco, Ed. Marco, Lungro 1996
Studio antropologico della comunità arbëreshe della provincia di Torino, Antonio Tagarelli, a cura di, Ed. Librare

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